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scheda

Cortese Isabella

Tra le poche donne alchimiste, di cui sono note opere a stampa, in Italia, il caso di Isabella Cortese è emblematico. I suoi Secreti ebbero diverse ristampe e conobbero diffusione indubbiamente maggiore, ad esempio, di quelli di un’altra alchimista italiana coeva, Floriana Canale (autrice, tra l’altro, anche di un raro trattato sugli esorcismi e gli scongiuri) o della traduzione del libro di Marie Meurdrac (La Chimica caritatevole e facile in favor delle Dame… Venetia 1682).
A tutt’oggi, non abbiamo notizie di sorta di Isabella Cortese. Sappiamo solo che i Secreti, unica opera nota dell’autrice, conobbero ampia e duratura diffusione, dal momento che ci sono note dodici edizioni veneziane, stampate tra il 1561 ed il 1677. Il libro della Cortese, per la molteplicità delle edizioni, è ben conosciuto e sebbene sia stato relegato nel limbo di una produzione considerata minore sarebbe forse il caso di rivalutarlo.
Ma la diffusione dei Secreti dovette essere capillare al di là delle eventuali traduzioni, poiché troviamo una lusinghiera citazione del libro nell’introduzione alle Douze Clefs de Philosophie de frere Basile Valentin…, l’edizione francese delle Dodici chiavi, edita nel 1660 da da Pierre Moet, e basata, come nota Eugene Canseliet nell’introduzione alla sua traduzione delle Dodici Chiavi, su di una precedente edizione del 1624, che il Moet riproduce integralmente semplicemente sostituendo la propria insegna a quella del precedente editore. Proprio nella prefazione aggiunta dall’editore Pierre Moet, e dedicata a quel famoso Digby (1603-1665) che fu alchimista, filosofo, viaggiatore, cancelliere alla corte inglese, corsaro e, probabilmente, spia, troviamo citato il testo della Cortese. Leggiamo infatti nell’introduzione del Moet " ….ay veu un livre Italien d’une Damoiselle qui s’appelle Dona Isabella Cortesi, qui a fait des vers in sa langue si bien faits, que je ne le puis oublier à vous les reciter en ce lieu……". Il Moet riporta i due sonetti tratti dall’opera della Cortese con notevoli errori di trascrizione, ma mostra comunque di apprezzare e conoscere l’opera.
Come molte opere pubblicate in Italia tra la seconda metà del ‘500 e tutto il XVII secolo, il libro, e per lo più occupato da una collezione di ricette e di rimedi per una immensa varietà di impieghi terapeutici e cosmetici, mescolati a ricette di alchimia minerale e metallica. Senza soluzione di continuità, troveremo nell’opera un continuo saltellare tra una ricetta per fabbricare l’oro, una per far drizzare il membro maschile ed una per rendere la pelle femminile bianca e vellutata. Analoga impostazione, del resto, troviamo in molti libri alchemici del periodo (basti pensare, un titolo fra tutti, ai Secreti di Don Alessio Piemontese, al secolo l’erudito e letterato Girolamo Ruscelli, con oltre una dozzina di edizioni in italiano e quasi una cinquantina di edizioni in latino, tedesco, francese ed inglese, oppure alle opere di Domenico Auda). Una tale forma non deve però portarci a considerare con sufficienza il contenuto ermetico e simbolico delle opere, che spesso, confuse tra parti di contenuto metallurgico, cosmetico e farmaceutico, contengono esposizioni ermetiche e simboliche di originale fattura o direttamente mutuate ed adattate da testi classici di taglio filosofico ed ermetico. Sono proprio queste parti che, talvolta poste in apertura dell’opera, testimoniano, da parte degli autori, una precisa consapevolezza degli aspetti iniziatici della scienza di cui essi trattano. D’altronde è fuor di dubbio che è proprio il carattere di ricettari, di raccolta di secreti, a costituire il nocciolo del successo di tali libri, che stimolano il mercato sempre fiorente di speziali, medici, "soffiatori" e curiosi. Basta viceversa dare una rapida occhiata ai dati di pubblicazione delle opere in volgare (create quindi per un pubblico più vasto e non necessariamente di cultura accademica) per rendersi conto di come opere di taglio dichiaratamente ermetico e simbolico, abbiano avuto ristampe ed impressioni assai meno frequenti. D’altro canto, se il carattere di ricettari determinò in buona parte il successo presso i contemporanei, nel contempo determinò il pressoché totale stato di oblio presso i posteri. Questi, relegarono frettolosamente opere di taglio simile nel regno dell’infanzia della scienza, consegnandole ad un non meritato oblio.